di Emmanuel Edson – 

In Occidente, nonostante l’arte africana abbia ispirato geni come Modigliani, Picasso o, ancora, Matisse, è sempre stata rappresentata da alcuni critici con disprezzo come qualcosa di lontano e primitivo: una considerazione dovuta ai pensieri sofistici e classisti.

Essere convinti delle proprie forze, delle proprie capacità nel potere produrre, creare o inventare è una dote insigne nel genere umano indipendentemente dalla sua provenienza. Nonostante tanti critici occidentali si sforzino di creare barriere verso le altre forme di rappresentazione dell’estetica, non potranno mai chiudere le porte dell’immaginario umano. Il genere umano è abituato a immigrare sdraiato sul proprio letto, stando in piedi davanti allo specchio della propria stanza o ancora a correre il rischio di morire in strada per realizzare i sogni che abitano la propria fantasia.

Il Busto di Manzoni, un’opera realizzata da un artista d’origine camerunese, Afran, trapiantato nella città lombarda di Lecco smentisce le vecchie caricature sull’arte Africana. L’artista rende omaggio al grande letterato e porta la scultura africana in un terreno nuovo e universale, ci mostra come esistano luoghi comuni tra le persone e i popoli che non potranno mai essere spezzati.

Le sculture, già nella notte dei tempi, hanno avuto un ruolo privilegiato nel sistema di trasmissione delle conoscenze: in Africa, essendoci una cultura orale, solo chi era capace di leggere e interpretare gli oggetti ereditati dal passato, poteva essere promosso al rango di notabile. Il culto animista è stato il fondamento dell’arte africana, specialmente nelle sue sculture, dove i riti hanno sempre animato e regolato la vita sociale.

La conoscenza della natura e dei segreti che permettevano di compiere i culti animisti, erano materia degli scultori che, per la loro magia nello scolpire immagini nel legno, erano anche dei sacerdoti. Per un africano la parola animista vuol dire “la vita è in ogni cosa, per cui niente muore”. I morti non sono mai morti perché ci parlano attraverso il legno, cioè la scultura. Sembra che l’artista, con il dialetto Fang, bantù, voglia chiedere agli antenati di accogliere il busto di Manzoni nella grande foresta equatoriale: tutto con una sapiente consapevolezza della propria tecnica. Un lavoro che ci ricorda quanto l’immigrazione è frutto dell’immaginazione, prima ancora che dello spostamento degli individui.

La forza creativa di quest’opera è impressionante! L’idea stessa di comporre la scultura interamente con il jeans, il materiale più comune e contemporaneo che possa esistere, senza profanare la scuola ancestrale africana, esalta la diversità nell’insieme. Il busto di Manzoni è un feticcio direbbe il grande maestro Picasso, per il quale la spontaneità e la fedeltà degli istinti nelle sculture africane furono una preziosa fonte d’ispirazione. È grazie all’arte africana che il  celebre artista ha potuto esplorare altre vie: ci ricordiamo Les demoiselles d’Avignon o leTre donne, opere pionieristiche che hanno aperto la strada al cubismo.

La verità è che non esiste un luogo, un posto che sia remoto o perduto dallo sguardo, privo di sapere o di conoscenze utili alla comunità. La terra sarà sempre fertile dovunque ci saranno vite pronte a coltivarla.

Dedico questo mio pensiero a tutta la diaspora Africana in Italia.