L’intervista a Claude Bertrand del Camerun – mia madre mi disse: “Ascolta la voce dentro di te, ragazzo mio”

Breve presentazione di te/ della tua vita oggi/ la tua occupazione.
Mi chiamo Claude Bertrand, nativo del Camerun giunto in Italia nel 2006 per motivi di studio.
A Milano da poco più di 2 anni, mi occupo di Accounting & Reporting presso la controllata italiana di un gruppo tedesco operante nel settore dei servizi.
In un week end normale coi miei amici uno potrebbe pensare di trovarsi in una torre di Babele, per quante lingue e dialetti vengono usati. Questo per me è fondamentale.

Quali sono stati i momenti che ti hanno fatto crescere maggiormente nella vita?
Due episodi, sostanzialmente:
Ero poco più che maggiorenne quando, per un mio rifiuto ad assecondare il volere paterno su una questione di famiglia, mi furono tagliati i viveri. Ho capito che dovevo dipendere prevalentemente da me stesso.
Poi da giovane laureato in legge, mi chiedevo cosa avrei fatto “da grande”: mia madre mi disse: “Ascolta la voce dentro di te, ragazzo mio. Solo tu puoi sapere quello che fa davvero per te”.
Da allora non ho più smesso di ascoltar quella voce, specie quando mi trovo ad un bivio importante per la mia vita.

Il ruolo delle emozioni, dell’istinto nella tua vita? Quale invece quello della razionalità e della disciplina?
L’istinto è sempre stato d

 

i fondamentale importanza nel mio percorso. Alle volte occorre decidere sulla base di scarni elementi fattuali, concreti. Uno si affida all’istinto in quei momenti.

Razionalità e disciplina sono per me i lati del solco che ti mantiene in carreggiata.
Quelli scandiscono il quotidiano. La loro assenza genere il caos della peggior specie.

Quale formazione personale ti è stata necessaria per raggiungere ciò che sei/hai adesso?
Ho preso un master che, abbinato alle mie conoscenze linguistiche che provo ad allargare sempre di più: ecco il binomio vincente nel mio personale caso.

Da quale paese provieni? Cosa ti ha spinto ad emigrare?
Sono nato in Camerun, a Douala.
Volevo prendere un altro titolo di studio spendibile in un area geografica un po’ più estesa rispetto a quella della mia provenienza.

Migrando cosa si lascia e cosa si trova?
Nel migrare uno lascia certamente gli affetti più cari; in questo migrare significa un po’ “morire dentro”.
Si trova invece prevalentemente un mondo fatto di contraddizioni; alcune davvero forti.
Un mondo che si professa libero ma fatica a riconoscere l’altrui libertà, per dirne una.

Quali sono state le prime difficoltà incontrate una volta giunto nella nuova realtà? Come le hai superate?
Maggiormente lo scoglio linguistico, assieme alla diffidenza.
Ho fatto del mio meglio per raggiungere quanto prima una piena padronanza dell’italiano. Ma temo di non aver sconfitto del tutto la seconda difficoltà.

Qual’è stato il momento esatto in cui hai sentito che ce l’avevi fatta?
Per vivere pienamente qui, ci vuole un “paracadute” per i momenti di sciagura improvvisa. Quando sono riuscito ad attivarlo, ho capito di esser uscito dal bosco.

Integrazione: cosa significa per te? Tu ti senti integrato?
Integrazione per me equivale a quella disposizione fisica e mentale che consente di vivere secondo gli standards minimi del luogo in cui uno si trova.
Decisamente sì!! Il processo è di natura dinamica e può solo migliorare.

Cosa consiglieresti a persone appena giunte in un paese diverso dal loro. Quali sono i primi 5 passi importanti da compiere perché l’integrazione col tempo sia reale?
a-padroneggiare la lingua, conditio sine qua non per l’avviarsi del processo tutto intero.
b- accettare di poter/dover contare prevalentemente su se stesso
c- accettare il fatto (ingiusto) di dover dimostrare il proprio valore “ più degli altri”, in quanto straniero.
d- chiedersi costantemente cosa/come fare per migliorare la propria situazione, ed attuare con coraggio le azioni individuate.
E-evitare gli espedienti : di solito non se ne esce più una volta cascati in quel vortice.

Oggi, com’è il tuo sentimento verso il tuo paese d’origine?

Il Camerun è e sarà sempre la terra dei miei avvi; tornarci è fonte di immensa commozione, ma non è più il mio mondo. La vita per me è qui.

I figli dei migranti, i giovani di seconda o terza generazione, cosa è importante che non dimentichino mai?
Seppur nati e cresciuti in Italia, i figli dei migranti hanno la fortuna di rappresentare, vivere in un ambiente multiculturale per essenza, ricco dell’incontro tra mondi inizialmente distanti tra di loro, diversi.
Essere ponti fra più mondi, culture può rappresentare soltanto un “vantaggio competitivo”. E ciò va preservato, al mio umile vedere.